La memoria dell’Arandora Star sembra a tratti sommersa, a tratti invece riaffiora, proprio come un relitto. Eppure, è la singola tragedia più grave che una comunità di italiani all’estero abbia mai affrontato.

Parlare dell’affondamento è rimasto per anni una faccenda spiacevole, sia per i britannici che per gli italiani. Ricordava ai primi un incidente che maggiore accortezza e più controllo avrebbero evitato. Ai secondi richiamava un momento difficile della storia della propria comunità che, cercando una nuova integrazione, tutti volevano dimenticare. L’impatto sulla comunità fu però devastante: degli oltre 700 italiani imbarcati ne morirono 446. Molti cercarono di essere internati con parenti, figli o amici della stessa zona, e così intere famiglie vennero spazzate via, mentre piccole comunità, come quelle gallesi, furono decimate.

In questi ultimi anni, il ricordo e la commemorazione si sono fatti sempre più frequenti e più maturi; ne è un esempio il chiostro e giardino della cattedrale cattolica di Glasgow, inaugurato solo pochi anni fa, proprio su iniziativa di un italo-scozzese, l’arcivescovo Mario Conti.

 


 


La memoria dei caduti e dei superstiti si conserva però ancora con difficoltà; da una parte le famiglie stesse ebbero notizie in ritardo, spesso dopo decenni, certe volte mai. I piccoli cimiteri dei paesi dell’Irlanda dove affiorarono molti dei corpi conservano ancora queste tombe straniere, parte in gaelico, parte in italiano, di chi non è stato ritrovato dai propri cari.

Esistono poi poche testimonianze dei sopravvissuti, e nessuno è più in vita. Ce n’è una però estremamente completa, ma molto rara: il diario di un prigioniero, Vittorio Tolaini, Voyage of an Alien, viaggio di un alieno. Dopo mesi di ricerche ne abbiamo trovata una copia in una libreria di Roma che, di fatto, era il salotto di una casa convertito. Lì, su di uno scaffale accanto ad un divano stava il libretto con la storia di Tolaini, il racconto dell’andata e del ritorno dall’inferno di un prigioniero senza colpe.

Quando inizia il suo racconto, Vittorio è già stato catturato. Si trova a Warth Mills, una ex fabbrica di cotone, trasformata per ospitare gli internati italiani e non solo. Un luogo che descrive come terrificante, un incubo di topi, finestre rotte e filo spinato. Tolaini è però un ragazzo giovane e spensierato; per lui quella è poco più di un’avventura. Trova altri ragazzi della sua età, italiani e internati a Warth Mills, e costituisce con loro un piccolo gruppo che chiama “i ragazzi di strada”. Tengono svegli la notte gli anziani del campo con scherzi e canzoni, tanto che alla fine alcuni, esasperati, gli sottraggono tutte le candele, costringendoli al buio e al silenzio. O almeno provandoci.

I ragazzi aiutano però allo stesso modo gli altri nel campo, rubando e cercando altre razioni. Un giorno scoprono una cassa di sigarette sequestrate dalle guardie, se ne appropriano e le distribuiscono a tutti. Quella notte Warth Mills sarà circondato da una densa nebbia artificiale.

I ragazzi di strada passano lì tre settimane, e riescono ad essere imbarcati quasi tutti su una nave, diretti verso la stessa destinazione. In fondo sono civili, innocenti e non hanno timore ad andare verso una terra nuova e forse promettente. Non hanno idea di che cosa gli aspetti, né che la nave su cui saranno imbarcati va verso il Canada, e si tratta dell’Arandora Star.
Di tutti i “ragazzi di strada”, solo Vittorio e il suo migliore amico, Nicola Cua, riusciranno a salvarsi.

L’Arandora Star era una bella nave da crociera, che aveva spesso visitato Venezia e gli altri porti italiani in tempo di pace.

Quando Vittorio e Nicola vi salirono a bordo si trovava ancorata al porto principale di Liverpool, e galleggiava ancora elegante sulla sua linea bianca. Dentro era però stata sfigurata dalla guerra: i raffinati saloni spianati per far posto a centinaia di prigionieri, sul ponte un cannone antisommergibili stretto da giri e giri di filo spinato. Una bandiera con una svastica sventolava a poppa, per indicare ai nemici che stava trasportando prigionieri tedeschi. Invano.

All’interno i prigionieri godevano di una certa libertà, ma il mix era strano, se non inadeguato. Militari tedeschi sedevano accanto a rifugiati ebrei e giovani civili italiani, qualcuno nelle cabine, quasi tutti nei saloni, molti accanto alle vetrate decò della sala da ballo.

Alle sette del mattino del 2 luglio 1940 quelle vetrate saltarono in aria, squarciando volti e braccia. La nave prese una forte sbandata di tribordo e iniziò a inclinarsi e poi ad inabissarsi ad una velocità tale da sparire nell’oceano in meno di mezz’ora. Günther Prien, uno degli assi degli U-Boot tedeschi, aveva centrato la nave senza lasciarle scampo.

Il panico esplose.

Gli ufficiali britannici fecero del loro meglio per salvare i prigionieri. I marinai britannici tentarono di buttare le scialuppe a mare, ma molte erano inutilizzabili per l’inclinazione della nave. I giubbotti salvagente vennero abbandonati nelle sale e qualcuno riuscì a prenderli, ma diversi li legarono male e il collo gli si spezzò per l’impatto del sughero con l’acqua. Altri si gettarono in mare su cime che gli ustionarono le mani per la frizione. Altri ancora riuscirono a salvarsi in acqua, per essere però poi trascinati nel gorgo della nave che affonda. Gli italiani, bloccati nelle cabine, spesso di origini montanare e nel caos più totale, ebbero avuto la peggio.

Vittorio Tolaini viene salvato dalle schegge dal tavolo sotto il quale stava dormendo, sveglia il suo amico Nicola e scappano verso il ponte per tuffarsi. Trovano due anziani che si sono fatti strada dalle cabine con una candela e salgono con loro, mentre vedono altri dei loro “ragazzi di strada” correre indietro, chi per recuperare il fratello, chi il padre, senza più tornare. Si buttano in mare mentre il cannone si stacca dai supporti, trascinando con sé soldati e prigionieri in un groviglio di corpi e filo spinato.

Vittorio e Nicola vedono la ciminiera dell’Arandora Star spegnersi in mare, le grida delle vittime lentamente perdersi nell’aria. Le teste dei sopravvissuti salgono su e giù, secondo il moto delle onde, in silenzio. Dopo sei ore un idrovolante della RAF gira quattro volte sopra i superstiti e fa cadere un messaggio.

Gli aiuti stavano arrivando.

Nel tardo pomeriggio giunge sul luogo dell’affondamento un cacciatorpediniere canadese, che li porta in salvo. Scosso, sporco di olio della nave e mezzo nudo, Vittorio riceve un bicchiere di rum e una sigaretta. È così impaurito che chiede a un marinaio canadese se c’è pericolo che vengano colpiti di nuovo. «Non preoccuparti di questo, amico. Se verremo colpiti da un sottomarino non sentirai nulla. Sei disteso sul baule delle munizioni», gli dice.

All’arrivo a Greenock, vicino al porto di Glasgow, la speranza riempie il cuore di tutti. I due anziani ringraziando i due ragazzi di averli salvati, ma non per averli condotti sopra il ponte: erano loro che a Warth Mills gli avevano preso le candele per farli stare zitti, e quelle stesse candele li avevano salvati, conducendoli fuori dalle cabine nel black-out dell’Arandora.

La loro vicenda non finirà qua però: dopo l’Arandora verranno comunque internati in Australia, trasportati in un viaggio dalle condizioni sanitarie e di sicurezza terrificanti, e subendo maltrattamenti e soprusi tali che gli ufficiali britannici responsabili affronteranno la corte marziale poco dopo. Saranno anni che vedranno l’amicizia con Nicola crescere e rafforzarsi, così come con molti altri dei prigionieri italiani e degli ufficiali britannici, con cui la situazione migliorerà sempre di più. I due combatteranno insieme le tempeste di sabbia del deserto australiano che radevano al suolo l’accampamento, produrranno alcool di contrabbando, tenteranno una fuga improvvisata e lavoreranno nelle cucine dei campi con i migliori chef italiani del Regno Unito, tanto da finire a consumare pranzi e cene quotidianamente con ufficiali e soldati britannici. Nel 1945, quando Vittorio sposerà a Melbourne una ragazza italiana, Noemi Vendramini, anche Nicola si troverà lì. Nel 1946 torneranno tutti insieme in Inghilterra, e apriranno il Sanremo Restaurant nel quartiere di Tooting a Londra. Il racconto di Vittorio finisce così, mentre lui ha ormai ripreso le fila di quella loro vita, di quella comunità e di quel rapporto con il Regno Unito che nemmeno l’orrore della guerra era riuscito a cancellare.

Nicola morirà il 30 settembre 1992, e Vittorio al suo funerale dirà che se ne sarebbe andato anche lui dopo poco. Si spegnerà infatti di lì a pochi mesi, il 2 luglio 1993. Lo stesso giorno dell’affondamento dell’Arandora Star.

 

— Foto: Rosaria Crolla, italo-scozzese di terza generazione, di fronte alla targa che commemora la tragedia dell’Arandora Star a Liverpool, sul molo da dove partì la nave e nel cui affondamento perse la vita anche suo zio.

 


 


Prossima storia

Un soldato racconta

CAPPELLA ITALIANA ALLE ORCADI – ISOLA DI LAMB HOLM, ARCIPELAGO DELLE ORCADI, KW17 2RT | leggi storia